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L'angolo del pargolo®un blog per molti, ma non per tutti... 01 noviembre La febbre del sabato seraCosa c’è di peggio di un sabato sera passato a casa, col raffreddore ed in balia di nostalgie e ricordi? Ok, ok c’è abbondantemente di peggio, ho esagerato, scusate, S C U S A T E!!! Però dai, converrete con me che non è proprio il massimo… Amici miei mi sento una cacca, con la annessa incapacità di intendere e di volere che questa situazione comporta. E sotto il torpore delle coperte e dietro la prominenza di questo naso gocciolante si agitano una mente ed uno spirito inquieti. Io non so perché si finisca sempre col rimpiangere un passato che ha esaurito tutto quello che aveva da darci e non si riesca mai ad essere entusiasti sino in fondo delle sfide e delle avventure che dovremo affrontare in futuro. Caspita sono le novità e gli imprevisti a rendere più simpatica la vita, lo abbiamo pure imparato con la nostra esperienza! Il mondo quaffuori non è poi così terribile e fin’ora , a crescere, ci abbiamo solo guadagnato. Eppure… Deve essere una di quelle paranoie che la società ci ha inculcato per via subliminale perché d’altronde il senso della vita sta tutto in quello che s’ha da vivere. Insomma da millenni la natura segue il suo corso e noi stiamo sempre lì a crearci problemi filosofici enormi dicendoci: “ah ma se fosse stato così piuttosto che colì, allora…” sì però appunto la realtà è così: che senso ha andare a disturbare il regno irreale del colì? Ed è attraverso questo misterioso meccanismo che noi generiamo infelicità per noi stessi (e già che ci siamo anche quintalate di entropia). Anche io se fossi ricco sarei Paperon de Paperoni ed anche mia nonna se avesse le ruote sarebbe una carriola. L’infelicità moderna è spesso la conseguenza del paragone tra il mondo reale ed uno di fantasia che ciascuno di noi arbitrariamente costruisce su false congetture del tipo: che si debba morire solo da vecchi; che le persone che si vogliono bene non litigano; che chi si fa gli affari propri campa cent’anni; che tutte le persone che ci sono vicine sono felici, mentre a noi siamo l’anomalia del cosmo. Una volta, quando uno trovava un lavoro era contento perché diceva “cacchio ho trovato un lavoro” e non si poneva nemmeno il problema se gli piacesse o meno. L’omino lavorava, si sentiva felice, nel frattempo trovava una fanciulla, i due stavano bene insieme ed anche se non erano una coppia perfetta si sposavano, mettevano su famiglia e riuscivano a condurre una vita serena, senza avanzare troppe pretese. Adesso se non troviamo il lavoro che fa pendant con la nostra specializzazione diventa un dramma, se non troviamo il partner che la pensi come noi apriti cielo… La possibilità di scegliere su una gamma praticamente infinita di possibilità, il try and buy, e soprattutto la consapevolezza che da qualche parte del mondo (nessuno sa dove però) esiste esattamente qualcosa o qualcuno esattamente come lo vogliamo ci hanno tolto la serenità. Perciò ci lasciamo ossessionare da quello che potremmo avere, ma non abbiamo, del fatto che possa esistere qualcosa migliore in termini assoluti di ciò che abbiamo e che quindi quel che abbiamo è solo una forma di premio di consolazione in mancanza del meglio. Epperò in realtà non è così. So che volevo dire di più e meglio, ma so anche che sono quasi le 2 e malaticcio per come sono conviene che mi corichi. Sarebbe bello tornare a scrivere come una volta, ma non ci riesco. 04 octubre RiflessioniDi fronte a fatti o eventi eccezionali come la frana di Giampilieri, l’approvazione dello scudo fiscale, la crisi economica, la finta libertà di stampa e qualunque altra assurdità del presente vi stia venendo in mente, l’opinione pubblica non può che indignarsi. Troppo spesso però questa indignazione si traduce nella voglia di cercare una colpa e un colpevole; una volta che sono stati trovati, la coscienza si mette a tacere e si ritorna a dormire sonni più o meno tranquilli. Dare la colpa è facile e non costa niente, specie se, a prima vista, la colpa non è nostra. In questo modo si divide la società in buoni e cattivi, vittime e carnefici, e, guarda caso, succede sempre che siamo noi a prenderla in quel posto. Io allora penso: tutti quanti facciamo questo ragionamento ergo tutti quanti, colpevoli e non, ci sentiamo vittime di un mondo cattivo fatto di gente cattiva. Anche quelli che noi consideriamo i cattivi a loro volta si sentono vittime di altra gente cattiva e così via. Morale: nessuno si riconosce come cattivo, ma solo come vittima. Noi siamo vittime della politica, la politica è vittima dei magistrati e della stampa, la magistratura è imbavagliata dalla politica, i giornali sono condizionati dalla politica, la politica è vittima dell’opinione pubblica. Insomma tutti siamo vittime. Di noi stessi. È chiaro, quindi, che questo ragionare in maniera manichea non funziona ed è controproducente perché, pur volendo contrapporre la ragione al torto, non ci riesce dato che ognuno finisce col ritenersi nel giusto e col giustificare i propri comportamenti. Insomma l’Italia è un paese in cui nessuno sbaglia. Ed è sbagliato. Vedete, tutte quelle cose che ho elencato all’inizio e che sembrano scorrelate tra di loro (che c’entra una frana con la mancanza di lavoro o lo scudo fiscale?) in realtà hanno un denominatore comune, che è la nostra comune colpa, la malattia di cui tutti (o quasi? Vogliamo salvarne qualcuno, giusto per non fare di tutta l’erba un fascio?) siamo ammalati: La s u p e r f i c i a l i t à, nota anche come m e n e f r e g h i s m o. La superficialità è quella cosa che se sei un privato cittadino ti viene normale gettare una carta per terra “tanto una in più o una in meno che differenza fa” (che poi tutta sta sporcizia non solo degrada la città, ma finisce con l’otturare i tombini e ci lamentiamo…); quella cosa che se sei ingegnere del genio civile concedi i permessi perché “ma veramente sta muntagna s’avi a sdirupari?” (davvero questa montagna deve cascare?); che se sei assessore o sindaco ti fidi dell’ingegnere “tanto è un amico”; che se sei deputato dell’opposizione, il giorno delle votazioni, te ne puoi stare a casa malato perché “tanto è già stato tutto deciso ed un presente in più o in meno non fa la differenza”; che se sei presidente del consiglio ti fai portare delle donnette a casa “tanto chi deve scoprirlo”; che se sei un capo d’azienda o un banchiere o un ministro della pubblica istruzione o più semplicemente un giardiniere maldestro, tagli le radici perché non danno frutto diversamente dai rami... E di esempi stupidi del genere Dio solo sa quanti se ne potrebbero fare. Non perché gettare una carta per terra sia meno grave che condonare un abuso edilizio dobbiamo sentirci meno responsabili di come stanno le cose. Siamo tutti della stessa pasta, ognuno di noi è menefreghista per tutto ciò per cui gli è stato concesso esserlo. E chi è senza peccato scagli la prima pietra… Il problema è che alla fine tutto questo sistema non regge, collassa, frana, perché è contro natura ed in un modo o nell’altro l’equilibrio, il minimo di energia potenziale, deve essere ristabilito. Ecco quindi che puntualmente avvengono pasticci e catastrofi per i quali, magari, a farne le spese non sono io che me ne sto bello seduto a casa davanti al computer, ma il poveretto di Giampilieri che nel giro di una notte si vede spazzare via la casa e la famiglia, o l’operaio che dopo anni di onorato servizio viene licenziato ed è costretto a barricarsi sul carroponte. In altre parole questo significa che quando l’equilibrio deve ristabilirsi di botto si va ad accanire su pochi sfortunati che scontano la colpa della superficialità di tutti noi. Quel fango era anche per noi, e se ci fosse stato un modo per distribuirlo equamente a tutti i Siciliani e gli Italiani forse certe persone non piangerebbero adesso la scomparsa dei propri cari. E lo stesso discorso possiamo ripeterlo per il terremoto de L’Aquila e per tante altre cose. Possiamo solo incassare e capire che se siamo arrivati a questo punto la responsabilità non è di questo o di quello (a che serve trovare dei capri espiatori?), ma è di tutti. Di quelli che protestano solo per il gusto di protestare, facendo della protesta niente di più che una pagliacciata, un gesto di pura reazione senza significato. Di quelli che non protestano per paura di turbare chissà quali equilibri cosmici o più semplicemente perché sfiduciati pensano che lo stato delle cose è tale da non poter essere cambiato. Di chi ogni giorno, infischiandosene di tutto e tutti, conduce la sua vita come se niente fosse ed il mondo attorno a lui non esistesse. 12 septiembre the more you change the less you feel
“time is never time at all you can never ever leave without leaving a piece of youth...”
Si parte, si cresce, si cambia. Scusatemi tutti se sono scomparso in maniera tanto improvvisa, ma neanche io avrei mai pensato di trovarmi nel mezzo di un periodo tanto denso e tanto intenso da togliermi il tempo per scrivere e per dormire. Sono partito, sono stato in America, sono tornato, ho scritto la tesi e nel frattempo ho imparato un sacco di cose, conosciuto un sacco di persone, fatto un mare di esperienze, provato miglia di sensazioni; tutto bello, tutto intenso, tutto velocissimo, tutto incredibile, stupefacente. Adesso son qui (ma qui dove? Qui è un non luogo), su e giù per lo stivale (e per un po’ anche qua e là per il globo), in cerca di un travagghiu (come si usa dire dalle mie parti), a salutare vecchi amici che non vedo da tempo e a salutarne altri che non vedrò per chissà quanto. Mi piace lo stare sempre movimento, ma comincio a non sopportare più le partenze, i viaggi, i saluti gli addii; viaggiare mi sfianca, ho bisogno di un po’ di pace. Sento come se ad ogni partenza un pezzetto di me (e del mio essere pargolo) andasse via...
“...the more you change the less you feel...”
E più si cambia e meno uno se ne accorge, e più si cambia e più questo cambiamento avviene indolore ed in maniera silenziosa. Si migliora, si peggiora? Più genericamente ci si arricchisce delle esperienze che ci si appiccicano addosso, come fossimo un kebab che funziona al contrario. Per questo sarebbe opportuno tenere sempre a portata di mano di un piccolo specchio, trovare un modo per guardarsi in faccia ogni tanto, per capire se veramente stiamo andando nella direzione giusta e se davvero stiamo diventando chi volevamo essere (insomma se il kebab sta venendo bene). Io ad esempio, molte volte, guardandomi allo specchio non mi riconosco: la barba, i capelli lunghi, non c’è più traccia del bravo ragazzo di una volta! Succede così che mi perdo d’animo, che mi chiedo se e cosa sto sbagliando, dove sono finito e dove posso andare a ritrovarmi. Per fortuna ci sono gli amici, sono loro a tranquillizzarmi perché grazie a loro, riflessa nei loro occhi, continuo a vedere l’immagine del me di una volta, quella che ogni tanto temo sia rimasta sepolta sotto la polvere del tempo e che invece, con una nuova forma, continua ad essere la mia essenza. In effetti tante cose sono cambiate ed altrettante stanno cambiando, in me e fuori di me, ma reinterpretando in maniera personale quello che è scritto nel Gattopardo, io cambio per rimanere in fondo quello che sono: devo cambiare per continuare ad essere me stesso. È questo l’unico modo per interfacciare da un lato il mondo e dall’altro quello che vorrei dirgli/dimostrargli. Insomma ho capito che bisogna cambiare fuori, per rimanere gli stessi dentro. Le cicatrici degli amori infranti, degli amici smarriti, delle delusioni lavorative etc. non possono e non devono cambiare quello che sono. Potranno ispessire la mia pelle, ma non dovranno ispessire il mio cuore. Si possono perdere salute, fidanzate, amici e questo fa rabbia, tremendamente rabbia, ma fa parte della vita e nella vita per fortuna c’è anche altro. In fondo il secondo principio della termodinamica ce lo dice: non potrai mai avere più di quello che hai dato, e più dai e più perderai. Ma l’importante è saperlo e farsene una ragione, il resto vada all’inferno! Il problema è che possiamo guardare solo a quello che abbiamo (perso) e rammaricarci per non averlo più, ma non possiamo sapere quello che avremo nel futuro e gioire per il fatto che lo avremo. Che beffa, sembra quasi una cospirazione! Per questo occorre un pizzico di quella virtù chiamata speranza che non sono mai riuscito a capire se possiedo o meno. Sperare e mai disperare! E cosa possa dare questa speranza io lo so, ma molti non saranno d’accordo. Scelte. Ma un uomo a cui togli la speranza è un uomo che non può vivere. Basta guardarsi attorno. Adesso, nella testa, nel cuore e nell’anima c’è un misto di esaltazione e delusione, di forza e debolezza, di coraggio e di rassegnazione, felicità e malinconia, per fortuna, non ancora tristezza, ma un pizzico di rammarico quello sì. Il resto è tutta storia da scrivere e proverò ancora una volta ad aver fiducia nel mio avvenire. Fin’ora ha funzionato più che bene e non smetterò mai di ripetere di essere e di essere stata la persona più fortunata di questa terra.
Cari miei e soprattutto care mie vi voglio bene e spero di riprendere a scrivere per bene come facevo un tempo. A presto Stefano, meglio noto come il pargolo 30 marzo Non sono morto a 27 anni, adesso vado per i 33
La frase, purtroppo, non è tutta farina del mio sacco però datemela per buona.
No, non preoccupatevi: sebbene, al momento, questo mondo in crisi non abbia molto da offrire e certe volte la prospettiva di un Aldilà sembri più allettante ed appetibile dell’aldiqua, non soffro ancora di manie suicide, ne’ ho fatto testamento biologico per sospendere l’idratazione (il mio girovita lo conferma). In compenso sto cercando di imparare ad apprezzare tutte quelle cose che la vita, il fato o Chi per loro, mi hanno dato e amen. Sì insomma, capisco che certe opportunità e certe fortune non sono mica da ridere e che quindi starmi sempre a lamentare che le cose ancora non girano per come dovrebbero sa un po’ troppo di pargolo capriccioso e per fare il bimbo capriccioso forse comincio a non averci più l’età.
C’mon guy, you’re in the United States! –da Stoccarda con furore-
Mi godo perciò la mia aurea mediocritas: la nuova routine americana, i nuovi amici (decisamente) italo-(e poco)americani, l’intensità delle relazioni a distanza, la prospettiva della disoccupazione al rientro in Italia (che cerco di interpretare come: ho ancora tutte le porte aperte), qualche bel concerto, la macchina usata con la batteria morta, la pessima chitarra comprata per quattro soldi, le scarpe da ginnastica a 15 dollari, la svolta a destra continua col semaforo rosso, il refill della cocacola, le feste di compleanno alla Cheesecake Factory, and so on.
Ritornando al titolo del post, l’anno mistico (ventisettesimo) si è dunque concluso senza morti, ne’ feriti, forse perché non mi chiamo per J o evidentemente perchè non sono abbastanza bello e dannato per entrare a far parte del 27 club. A questo punto dovrei essere ben contento di aver salvato la pellaccia epperò, se ci penso bene, non posso fare a meno di considerare che tutta ‘sta gente qua, a 27 anni, era riuscita a dire al mondo forse non tutto quel che aveva da dire, ma, se non altro, tutto quello che il mondo aveva bisogno di sentirsi dire da loro. E perciò rileggendo le pagine della mia vita (poetico eh?! J) mi sento un po’ indietro, per non essere ancora riuscito a lasciare una traccia significativa su questo pianeta o per lo meno aver gettato le basi per qualcosa di grande. Invece mi sento, piccolo, mediocre, anonimo; uno che nonostante tutto, non è ancora riuscito a trovare la sua strada o per lo meno una direzione da seguire; uno che più passano gli anni e più le idee gli si fanno confuse piuttosto che schiarirsi. Forse i tempi non sono ancora maturi (ma quanto ci vuole?) ed un bel giorno tutto mi apparirà evidente, ma intanto continuo a sentirmi un talento inespresso, una risorsa sprecata, uno che poteva spaccare e non è stato ancora abbastanza bravo per farlo. Eppure io lo vedo quel lumicino che brilla dentro di me (commovente… bleah!), io lo sento di avere qualcosa di speciale, un talento, dell’ingegno, so di poter e dover dire e dare qualcosa a questo mondo. Il guaio è capire esattamente cosa, come, quando, perché, dire, fare, baciare, lettera o testamento?! Ah che angoscia!!! Bastaaaaaa!!!!! Allora, voi, per consolarmi, mi direte che quelli erano altri luoghi, altri tempi, altre persone e che, soprattutto, io non somiglio neanche lontanamente a Jim Morrison, tanto meno a Kurt Cobain. E così, l’artista mancato che è in me, ulula alla luna per non essersi compreso e per non essere stato compreso e prorompe in un malinconico blues (cfr. la saga di addolorato) Per fortuna mi viene in aiuto, come sempre del resto, il buon Gesù Cristo, che fino a 30 anni aveva condotto la sua vita da onesto e tranquillo falegname (che, anche se non è ingegnere, un po’ ci assomiglia) e poi, in appena tre anni, ha cambiato per sempre i destini del mondo. Al catechismo mi hanno insegnato che dovrei prendere Lui da esempio (e non tutti ‘sti tipi drogati ed esaltati) e se ragioniamo in termini di tempo direi che in fondo mi conviene. D'altronde Lui ha anche detto che noi compiremo cose più grandi di quelle che ha fatto Lui ed io, a ‘sto punto gli voglio dare fiducia ;) Aspettando i 33, allora, mi godo gli ultimi –enti prima dello spauracchio dei –enta e nel frattempo auguro buona vita a me, a voi, a loro, a tuttiquanti, tuttiquanti! Baci ed abbracci in quantità dal Nuovo Continente Il vostro beneamato beniamino il pargolo®
P.S. Come potete vedere ho aspettato i 28 per scrivere e pubblicare questo post, perché non si sa mai… volevo esserne del tutto sicuro (scrisse grattandosi le appendici del basso ventre con nonchalance)
11 febrero IncazzatoPace all’anima di chi non c’è più, ma senza dimenticare quelli che sono vivi ancora. Non voglio entrare nel merito di una vicenda sulla quale ognuno si è sentito in diritto di dire la sua, anche a sproposito. Non spetta a noi giudicare quello che è stato fatto. Non giudicare se non vorrai essere giudicato. Il mio punto di vista fortemente cristiano certamente mi impedisce di capire come si possa deliberatamente decidere di sospendere l’alimentazione a quello che, fino a prova contraria, è (ed è stato) un essere umano. Al tempo stesso mi ricorda che non è bene giudicare le ragioni e le azioni degli altri uomini, in special modo quando si trova vivere una situazione di profondo dolore, perché ognuno reagisce a suo modo e cosa è bene e cosa è male non è sempre chiaro da capire... Il dolore merita solo rispetto e comprensione. Le scelte, poi, possono non essere condivise, ma il dolore va rispettato. Sempre da cristiano mi hanno insegnato che solo chi perde la propria vita la guadagnerà e quindi, in ogni caso, che lei sia ancora viva o morta non fa alcuna differenza per l’amore di Dio. Forse la gente pensa a tutte le cose che una ragazza come lei avrebbe potuto fare e non ha fatto o comunque ormai non potrà più fare. Ma davvero cosa importa? Quello che conta è la dignità umana e questo è un carisma che ognuno di noi, sano o ammalato, si porta impresso sino alla morte e quella ragazza, per quanto sfortunata e malata, non ha mai perso la sua dignità, neanche con le sue piaghe, col suo volto sfigurato ed il suo elettroencefalogramma piatto.
Probabilmente anche io sono uno di quelli che pensa che si sia trattato di omicidio, ma al tempo stesso non vorrei sentirmi nei panni di chi ha deciso questa morte, tra le altre tutt’altro che dolce. Almeno si fossero avute le palle di appellarsi all’eutanasia (alla quale sono contrario, ma che almeno è un altro modo di vedere le cose), che allora ci si sarebbe potuti risparmiare di lasciare morire una persona di fame (apro e chiudo una parentesi polemica: perché si fa tanto clamore per una cittadina italiana che tutto sommato ha potuto vivere appieno la propria esistenza e non ci si mobilita per tutte le altre migliaia di persone che al mondo vengono lasciate morire di fame?)… Magari la si sarebbe potuta concedere di volare via in cielo facendole fare un “ultimo giro” con qualche simpatica iniezione allucinogena. Ed invece no: il peggio del peggio. Ma anche in questo caso il Vangelo ci insegna che in paradiso finisce anche il ladrone e quindi: potremo forse dire che quel padre ha sbagliato, ma non possiamo di certo tollerare che venga chiamato assassino. Un uomo che va sino in fondo in una questione così delicata portandosi addosso il peso delle polemiche, dei media e soprattutto il sospetto che forse davvero sta uccidendo sua figlia, si presume che abbia fatto la propria scelta in “buona fede” e per il bene della figlia. Nessuno ci dice che a morte avvenuta a lui non sia balenato l’atroce dubbio che forse è stato tutto sbagliato. E se così fosse come riuscirebbe a sopportare questo pensiero per il resto della sua vita? Così come nessuno ci dirà mai se dentro quel “sonno” che dura da anni si agitasse ancora la coscienza di una donna, tormentata dal vivere o terrorizzata di morire. Insomma lascerei una faccenda così delicata e drammatica interamente nelle mani del Signore senza aggiungere altro. In fondo non c’è nessuna verità da cercare, nessuna conclusione da trarre, solo tanta pena, più per i vivi che per i morti.
Ma il vero aspetto tragico della situazione sono i tentativi di strumentalizzarla o di banalizzarla e tutte quelle miriadi di situazioni paradossali ed imbarazzanti che via via si sono venute a creare (da Napolitano a Mentana) Sebbene mi faccia schifo pensare a tutti quelli che l’altra sera non hanno trovato nulla di meglio da fare che guardare il GF, tuttavia capisco pure che l’accanimento mediatico, politico, religioso, etico (e non quello terapeutico) ha esasperato le persone a tal punto da far dire loro: “meglio il Grande Fratello”! È questo il problema: la gente non nasce cinica e superficiale, ma ce la si fa diventare a furia di moralismi, buonismi, ipocrisie e lacrime! Se proprio parlare si vuole che lo si faccia con discrezione e circospezione, evitando di scadere nella retorica e di dire ciò che qualcun altro si aspetta che venga detto. È vero che il dibatto e l’informazione su certi temi sono importanti, fondamentali, ma l’aver ridotto anche questa vicenda ad una bagarre politica o uno scontro fra sistemi di pensiero… Ci si deve togliere dalla testa che la politica deve entrare sempre da tutte le parti!!!! La fretta di trovare una legge: ma perché proprio ora? Perché solo ora? La tentazione di pensare che si voglia semplicemente distrarre l’opinione pubblica da qualcos’altro è troppo forte… Proprio su argomenti così delicati bisognerebbe ponderare a lungo perché poi in Italia lo sappiamo come funziona: non esiste nulla di più definitivo del provvisorio… Infine lasciatemi dire che io non credo all’utilità testamento biologico: non ha senso! E trovo altresì ridicolo che una sentenza della cassazione possa basarsi su delle volontà presunte espresse in tempi non sospetti. Come faccio, adesso che sono sano, a stabilire se il giorno i cui subirò delle menomazioni gravi vorrò essere lasciato vivere o essere lasciato morire? (in fondo, anche per le cose più banali, quante volte è capitato di ricrederci una volta che ci siamo ritrovati in quella determinata situazione?) Che ne so come mi sentirò e cosa vorrò quando sarò ridotto ad un vegetale su di un letto di ospedale? Vorrò vivere? Vorrò morire? Che ne so come ci si sente? Che ne so? Penserò che quella non è più vita? Oppure mi sentirò fortunato per non essere ancora morto? E se non dovessi sentirmi? Neanche i medici sanno dircelo con certezza. In fondo c’è sempre il dubbio che dietro certi coma possa esserci ancora una sottile coscienza in grado di sentire ed avere paura, paura di non poter più riuscire ad esprimere la propria volontà. Il problema è davvero troppo complesso e a mio avviso è mera presunzione il tentativo di risolverlo con una legge. La natura ci insegna che più forte della morte è la vita, che anche quando tutto sembra perduto la cosa a cui finisci per attaccarti è la vita. Anche quando vuoi morire e sei lì lì per farla finita non è tanto la paura della morte quanto l’amore per la vita a farti desistere. E non dimentichiamoci che in qualunque paese anche il tentato suicidio o l’istigazione a sono reato.
Mi viene in mente la storia del Tenente Dan in Forrest Gump…
Per tutto questo non condivido le reazioni della CEI, del Vaticano, dei politici, dei giornalisti, delle persone comuni. Basta con la retorica! E come si fa? Semplice rimanendo in silenzio e meditando nel proprio cuore. 04 febrero La neve è bella, ma impari presto ad odiarlaA Columbus fa freddo, molto freddo, tipo -15°C al mattino quando esci di casa, che se ci pensi è una di quelle cose che ti fanno sentire davvero un uomo, ma che poi, in pratica, ti fanno sentire solo freddo e basta. Dalla finestra del mio mini appartamento al 1855 di Independence Road, sullo sfondo di una parete a mattoni rossi, fa capolino un ramo pieno di neve. Tutt’intorno a dove vivo, sino ad arrivare al centro di ricerca o giù al downtown, è tutto ricoperto da un soffice e spesso manto nevoso. È tutto bianco, bellissimo, sembra di stare sulle Alpi a fare compagnia ad Heidi ed invece sei solo a Columbus, immensa (magari per gli americani neanche tanto) città americana da quasi un milione di abitanti in cui l’unico personaggio famoso degno di rilevanza secondo wikipedia sarebbe un attore porno gay… Ma senza voler fare discriminazioni nei confronti dei gay, e senza nulla togliere alla dignità del mestiere di attore porno, onestamente mi sarei aspettato di più da una così grande città statunitense, se pensiamo che a Seattle sono vissuti Jimi Hendrix, Kurt Cobain ed un sacco di altra gente, a New York Barbra Streisand, Eddie Murphy e Woody Hallen, a Los Angeles la famiglia Forrester di Beautiful e insomma ci siamo capiti…
Dicevamo… A Columbus fa freddo, talmente freddo che non lo senti più. Cioè a -15°C diventi insensibile, non hai la percezione fisica di tutto quel freddo, ma ti limiti a sentire genericamente freddo. L’unica modo per distingue il genericamente freddo dal fuckin’ cold è dagli effetti che esso produce sul tuo fisico. Se non ti copri adeguatamente rischi di assistere al congelamento prima ed allo sbriciolamento dopo delle varie appendici del tuo corpo (e sto alludendo a naso, mani e piedi…). Un freddo del genere è talmente secco che non ti viene il mal di gola perché hai preso fresco, ma perché il tuo epitelio è alla ricerca disperata di un po’ di idratazione e si secca come una spugna per i piatti che non viene usata da più di due giorni. Idem per gli occhi e le narici. Eppure da questo freddo ci si può proteggere, è una di quelle cose del tipo “se lo conosci lo eviti”. Con occhiali, guanti e coppoletta di lana si neutralizza facilmente. Purtroppo invece non esiste rimedio al freddo umido e nebbioso di Lecce o delle città padane in cui l’umidità attraversa impunemente tutti i tuoi strati impermeabili e lanosi, si infiltra nelle tue articolazioni e non ti molla più. Morale: meglio i -15 secchi che i +8 umidi.
Ma ritorniamo alla neve. Quella candida, morbida e gioiosa neve. La cosa più magnifica (ed anche se non si può dire è il caso di scriverlo) è che qui nevicano proprio quei piccoli cristalli bellissimi che io avevo visto solo nei cartoni animati, quelle strutture frattali che pensavo potessero vedersi solo al microscopio o che fossero addirittura il frutto di chissà quale geniale disegnatore della Disney (Nostro Signore, sei senza dubbio un vero artista). C’è di brutto che a camminare per due ore e quaranta minuti per scendere al downtown (decisamente un’impresa da Messner…) rischi seriamente l’amputazione dei piedi a causa della formazione di piccoli ghiaccioli tra le dita dei piedi… O accade che, tornando a casa, sempre a piedi, uno di quei simpatici pick-up, sfrecciando a tutta birra, ti imbratti il pantalone nuovo di neve sporca… O succede infine che uscendo alla sera dopo una intensa giornata di lavoro la neve sciolta dal sole e trasformatasi in ghiaccio ti faccia precipitare rovinosamente al suolo proprio come un palazzo da demolire che collassa su se stesso dopo che è stata fatta brillare la dinamite.
Beh questo è quello che per ora posso dirvi a parole, per il resto vi consiglio di dare un’occhiata alle foto. L’album verrà continuamente aggiornato perciò dategli un’occhiata di tanto in tanto. Per il momento e tutto, a presto!
P.S. se avete qualunque tipo di curiosità non esitate a chiedere!!!!
Dichiarazione di intentiSopra i cieli di Catania Alba del 17/01/09
Piccole gocce di condensa scorrono sul finestrino dell’aereo durante il decollo, quasi a sostituire tutte le lacrime che non ho versato. Sono un uomo, un duro, io non piango, almeno fino ad adesso. Lo spettacolo dell’Etna innevato (il Fujiama, come lo chiamerebbe Bianca), la baia di Catania, la luce tenue dell’alba: potrei scattare la foto più bella del mondo, ma preferisco guardare, ammirare, stupirmi…
Non ho ancora trovato il tempo per riflettere sulla portata ed i significati di questo viaggio: in fondo è meglio scoprirli piuttosto che provare a prevederli. D’altronde sono un volgare ingegnere, mica un economista! L’unica cosa che so è che sono e sono stato immensamente fortunato. Nella vita ho avuto un culo sfacciato, ma non parlo di lotterie o altri concorsi a premi, ma di un altro tipo di ricchezze, id est opportunità ed affetti. Ed al solito mi sento un po’ idiota quando perdo tempo dietro ai miei problemi di adolescente troppo cresciuto. Dovrò imparare a godere e giuro che questa volta lo farò, perché andare a teatro con la benda sugli occhi o ad un concerto con le orecchie tappate non è da menomati dello spirito o da persone troppo sensibili al “male del vivere”, ma più semplicemente un comportamento da stupidi. Niente eroismo o stoicismo, ma pura e semplice stupidità. Ecco cosa è che voglio dimostrare a me stesso ed al mondo: io non sono uno stupido. 21 enero Pargolo is BackNegli ultimi mesi la mia vita era diventata decisamente troppo frenetica. Avevo bisogno di ritrovare un po’ di pace ed un po’ di serenità… (intuisco che l’incipit è troppo geniale e che se proseguissi su questa scia probabilmente scriverei un romanzo best seller -visto che tra noi dottorandi ormai va di moda…-, e perciò decido di autocastrarmi e amen)
Tante volte, in passato, mi sono lamentato della mia solitudine, del fatto che la vita è là fuori ed io qui dentro ed altre menate del genere. Oggi, invece, da bravo bastian contrario e bambino viziato quale sono, mi ritrovo (quasi come se non dipendesse da me…) nella condizione diametralmente opposta: ho assolutamente bisogno di rimanere un po’ da solo con me stesso. Ho bisogno di riorganizzare le idee e di cominciare a vedere, se pur da lontano, come dovrà essere ed in che direzione dovrà andare il mio futuro. Si avvicina il momento in cui non si possono più rimandare le decisioni e non vale la pena prenderne frettolosamente una all’ultimo minuto, sol perché non c’e stato il tempo di ponderarne una seriamente. Anche il pargolo sta crescendo, purtroppo o per fortuna, e bisogna che non ci colga impreparati il giorno in cui questo sarà successo...
Adesso mi trovo dall’altra parte dell’oceano ed ho tutto il tempo per disintossicarmi dalle corse e dalle abitudini, per riprendere in mano i vecchi progetti, per leggere, per scrivere, per risvegliarmi da quel torpore in cui mi sono lasciato avvolgere negli ultimi 3-4 anni. Sì insomma ora più che mai sento di dover riprendere in mano le redini della mia esistenza, di decidere, costruire, piuttosto che assecondare gli eventi, che è un po’ quello che ho sempre fatto fino ad ora (voi mi direte: ma non lo hai già detto tante altre volte? La risposta è sì, ma prima era prima…) . Voglio imparare a scegliere, anche in maniera sbagliata, ma a scegliere, senza girarci intorno, voglio imparare a distinguere cosa è importante per vivere da cosa non lo è, badare all’essenziale senza perdermi troppo nella filosofia e senza per questo dover rinunciare a fantasticare, a pensare in grande ed a chiamare le cose col proprio nome. Vorrei mettere da parte la psicologia spicciola e le filosofie di vita e piuttosto vivere, smetterla di fare il bacchettone e mettere in pratica buona parte delle cose che vado predicando, dimostrare che anche se fino ad ora sono stato molto fortunato, in realtà me la sarei potuta cavare bene lo stesso anche senza la fortuna. Insomma dimostrare che se sono così come sono, se ho fatto quel che ho fatto non è perché è successo ma perché lo ho voluto.
Ciao ragazzi, sono il pargolo, sono tornato, anche se sto su un altro meridiano. Mi trovo a Columbus negli Stati Uniti, ci rimarrò per i prossimi 7 mesi circa e in Italia ho una ragazza strafiga e bellissima, una donna con le palle (nel senso buono si intende) che mi ama da morire e alla quale voglio un bene dell’anima. Devo pensare positivo. Devo agire positivo. Se non lo faccio io chi dovrebbe farlo? In questo momento ho proprio voglia di spaccare il mondo. Stay tuned, il pargolo e tornato!
P.S. Voglio bene anche a voi, sia ben chiaro, ma a Bianca decisamente di più ;) :P 19 julio Qualcuno mi presti o, meglio ancora, mi regali un cuore nuovo perché il mio s’è rotto.Alcuni tra i più affezionati ed assidui lettori di questo e degli altri blog ricorderanno come negli ultimi anni il sottoscritto, Stefano pargolo, nato a Messina il 29 marzo 1981, abbia lamentato un progressivo inaridimento dell’animo, manifestato da una sostanziale incapacità a provare sentimenti, specie se appartenenti alle categorie del buono e del bello. Se eccettuiamo alcune limitate esperienze concertistiche e musicali in genere, oppure la scoperta di non essere poi una così grossa ciofeca al giuoco della pallavolo, la visione di “into the wild” e qualcos’altro episodio, bisogna ritornare indietro di 3 o quattro anni per ritrovare le ultime palpitazioni autentiche del cuoricino del pargolo. Insomma emozionarsi (e dico emozionarsi, non esaltarsi, che per lui è invece una reazione abbastanza ricorrente) è ormai diventato un evento raro e da festeggiare col migliore spumante. In tutti questi anni il vostro povero piccolo si è interrogato sulla natura di questa preoccupante assenza di segnale, roba del tipo: “Houston abbiamo un problema…”. Il problema è quello di non riuscire ad emozionarsi oppure sono questa vita, questo mondo, queste persone che non riescono a farlo? Come dire: il problema è che sono sordo oppure che è finita tutta la musica? Come al solito credo che la verità stia nel mezzo, ma ad essere onesti, ancora, non l’ho mica capito. Sono arrivato persino a dubitare dell’integrità del mio sistema limbico (è il sistema limbico, giusto?), cioè quello che nel nostro cervello si preoccupa di trasformare le emozioni in chimica e viceversa, ma quando lo sono andato a raccontare a qualche dottore mi ha preso per un ipocondriaco paranoico, a volte, o per un paranoico ipocondriaco, altre. Volendo scendere ancora più nello specifico: il pargolo non si prende una bella cotta da secoli: ma com’è possibile? Cavolo il mondo è pieno di ragazze, una di suo gradimento dovrà pur esserci! Ed invece picche… Anni di digiuno emozionale… -Ma nonostante questo il pargolo non ha mai dubitato della sua perfetta eterosessualità, sia ben chiaro! :P- Tutto questo fino a qualche tempo fa, quando così, quasi all’improvviso, quel cuore, che sembrava rotto, ha cominciato a battere all’impazzata e d’un colpo tutte le sindromi ed i complessi sono andati via. Anzi non proprio e non del tutto. Tutt’ ad un tratto, a 27 anni fatti il pargolo si rende conto di non essere più in grado di gestire le emozioni forti. Il sistema va in crash, il fisico, la testa, tutto. Tutto sottosopra, non capisce più niente, rincitrullito come in Bambi. Di colpo quel cuore comincia a pompare come la più potente delle autoclavi e lo porta in giro tra le province della Puglia. Una stella, forse un angelo, o forse solo un lampione dell’autostrada, insomma il pargolo vede qualcosa che brilla forte e se ne innamora, perdutamente, senza starci troppo a pensare, senza farsi troppe paranoie. Evviva il cuore funziona! Ma purtroppo il diavolo fa le pentole e non i coperchi e così a non funzionare è la storia, non più il cuore. Ed il cuore si spacca… Ecco adesso abbiamo la certezza che si è rotto… In meccanica le chiamano prove distruttive: provi a rompere un componente per vedere se in effetti non sia già rotto, ma una volta che hai fatto la prova il pezzo è rotto comunque e devi buttarlo. Sì lo so che il cuore non si butta, che tutte le ferite si rimarginano etc etc, ma vi assicuro che in questo momento le parole non servono a niente. Non con le parole si riempiono le bottiglie vuote. Ed il vuoto è sempre a perdere: è il pieno che vince ed io in questo momento non vinco. Rimetto tutto nelle mani della Divina Provvidenza che, ad essere onesti, di questi tempi, nonostante tutto, ha dato diverse prove della sua benevola esistenza e della sua clemenza (notate come ho messo in fila questi tre za za za come se al posto della penna avessi la spada di zorro! :S). Onestamente non mi va di raccontare di più, avevo solo bisogno di sfogarmi un po’ con voi e farvi capire perchè son sparito negli ultimi tempi. Inoltre sono consapevole che quel raggio di luce potrebbe essere all’ascolto e non vorrei dovesse risentirsi per aver violato la nostra privacy. In questo momento l’unica cosa sensata da fare sembrerebbe quella di smettere di pensare e tenersi occupato in maniera varia ed eventuale (tipo scrivendo un post…) Detto questo, spero di riuscire a sentirvi presto e spero proprio che “comunque vada sarà un successo”. Ciaü! =) 15 junio -Pargolo! -Assente!È inutile chiedersi il perché, com’è potuto succedere, se tutto questo ha un senso e se l’Italia sarà eliminata dall’europeo: in questo momento bisogna solo limitarsi a constatare che le cose stanno così. Il pargolo è vittima di un grosso sballottamento emotivo, una di quelle situazioni in cui gli amici ti guardano e ti dicono “questo non sei tu”… Avevo già scritto un altro post nei giorni scorsi, ma probabilmente non era il caso di pubblicarlo: troppo personale. Signori, nulla di preoccupante, bene intesi, ma credo ormai di avervi abituato ben bene a cicliche crisi mistiche che si manifestano con cadenza biennale (un po’ come le mostre d’arte…). Alla fine questi momenti passano e poi ci si fa sopra una bella risata pensando a quanto si è stati coglioni (leggete il gl all’inglese, se no sembra una parolaccia). Perciò adesso piuttosto che pensare al bicchiere mezzo vuoto guardiamo quello mezzo pieno (come suggerisce il buon Max Pezzali): martedì e mercoledì si va a Milano a vedere i Radiohead, infischiandosene di tutti quelli che gufano e dicono: “ma ti vai a vedere due volte lo stesso concerto?” Ah poveri sprovveduti! Non sanno quello che si perdono! Vado a vederne due perché non si sa mai come vanno le cose: magari fra qualche anno si sciolgono, magari quando ritorneranno in Italia io non potrò andarli a vedere, quindi meglio farne una bella scorpacciata adesso che posso (come cantava Carmen Consoli: “ed ho imparato a bere sempre un sorso in più, un giorno potrei avere sete”). Inoltre, ma si sta facendo sospirare parecchio, sabato prossimo il vostro beneamato pargolo dovrebbe essere spedito con un pacco postale nientepopodimenoche a Seattle, la patria del Grunge! Ovviamente andrà lì per “lavoro”, però… Speriamo bene, sarà la mia priva volta negli States ed ovviamente mi troverò da solo, straniero in terra straniera, a relazionare ad una conferenza internazionale su cose di cui non ho mai sentito parlare :S Ma c’est la vie! Questo renderà il tutto più divertente ed avventuroso ;) Spero… :S Perciò se prima sono stato assente con la mente dalla prossima settimana sarò assente anche col fisico! Fate i bravi in mia assenza; ci si ribecca tutti al mio ritorno! Ciaü! =) 29 marzo L’anno scorso a quest’ora avevo un anno in menoÈ una ovvietà, ma l’impressione è che ormai da un po’ l’anno abbia smesso di essere una unità di misura significativa del trascorrere del tempo: insomma gli anni passano sempre più veloci e non credo abbia troppo senso darsi cura del loro succedersi. Rimangono tuttavia un metodo efficace per ricordarsi che non abbiamo tutta la vita davanti e che i peccati non rimessi rimarranno non rimessi (cioè che ogni lasciata è persa). Ieri la serata è trascorsa in maniera contemplativo-imbambolata, fissando una macchia di vino adulterato (perché il vino rosso non può fare macchie blu, ma rosse, al più violacee…). Mi stropicciavo gli occhi, mi guardavo intorno ed ancora una volta eravamo io da una parte ed il mondo dall’altra: mi conforta il fatto che nonostante il tempo questa relazione non si sia annullata: riesco ancora a vedere me che mi muovo muove davanti ad uno sfondo che a sua volta si muove dietro di me, qualcosa di simile ad un meccanismo ineffabile che lega me e lui con fili invisibili ed al tempo stesso ci rende indipendenti. Per una volta non voglio pensare a quello che mi manca o a quello che desidero, ma preferisco guardarmi attorno e godermi quello che già ho, cercando di farmelo bastare. Stamattina mi sono alzato presto (che poi erano sempre le 10!) perché non volevo sprecare la giornata: oggi c’è un bel sole e finalmente si può camminare un po’ in santa pace. E pensavo. Pensavo che mi manca la mia chitarra elettrica che sta Lecce, mentre io sono a Messina e mi sento un po’ con le gambe tagliate. Pensavo che è strano come la felicità passi attraverso le cose gli oggetti e che sebbene possa suonare poetico il fatto che io con la mia chitarra mi sento invincibile, dall’altro è anche una cosa triste legare la propria felicità a qualcosa che sebbene sentiamo parte di noi è fuori da noi (mi dicono dalla regia che questa situazione si chiama alienazione). In fondo ho io ed ho il mondo: cosa mi manca? È un modo di vedere abbastanza into the wild, ma è profondamente vero. Mi piacerebbe recuperare un po’ di spiritualità, in me ed in tutto quello che mi circonda, nelle persone, nel creato in genere. Se mi guardo attorno vedo che alla fine sono gli esaltati a fare le rivoluzioni e non le persone tranquille come me. Per questo viviamo in un mondo fanatico, per questo c’è bisogno che mi dia una mossa! Voglio cambiare il mondo investendomi in tutto: in amore amicizia lavoro e musica. Voglio allargarmi, dilatarmi, abbracciare il mondo, perché se c’è una cosa in cui noi esseri umani siamo bravi è quella di allungarci senza spezzarci anche se davvero pochi ne sono consapevoli. E a questo punto visto che i ringraziamenti vanno di moda sui blogz, un bel GRAZIE è doveroso, a Dio in primis che mi ha fatto fortunato e paraculo e poi tutte quelle persone che ci sono state, ci sono e ci saranno. Voi non lo sapete o non ve ne rendete conto, ma vi porto sempre con me, nei pensieri, nelle parole, nei modi di dire e di fare.
Io credo al per sempre.
Ciaü! =) 23 marzo Buona PasquaA Nietzsche che diceva "Dio è morto" io rispondo: "Sì, ma è anche risosrto!" :) I miei più sinceri auguri di una Santa Pasqua a tutti voi! Ciaü! =) 02 febrero Quiero hablar españolIl pargolo, noto a tutti per la sua costitutiva caratteristica di non avere mai tempo, non pago di tutte le cose che già faceva decise che non erano ancora abbastanza e valendosi, se pur con qualche perplessità , della consolidata autorevolezza dell’assioma di Dedekind sulla completezza di R volle dimostrare l’infinità non numerabile dello spazio degli eventi umani affermando che tra una attività ed un’altra è sempre possibile piazzarne un’altra ancora (e dopo questo incipit da primo anno di ingegneria tremate o gente!). Così tra ricerca da portare avanti, corsi da seguire, esami da sostenere (perché gli esami non finiscono neanche dopo la laurea :s), scadenze da rispettare, canzoni che attendono di essere scritte, canzoni che attendono di essere ascoltate, libri che attendono di essere letti, film che attendono di essere visti, e qui mi fermo se no non la finisco più, il pargolo ha deciso di seguire il suggerimento dell’amico Pit cominciando a frequentare un corso di lingua spagnola. Voi, che dopo tanti anni di affezionata lettura di questo blog conoscete un minimimo il pargolo, intuite già che non è tanto la lingua spagnola ad attrarlo quanto le “possibilità” che un corso del genere può comportare (capisci’a me): donne donne donne! Ed effettivamente, quello che il pargolo si trova davanti alla prima lezione è uno stuolo infinito di donne. Ma non di quelle che vi sareste immaginati voi e lui… Maledetto sia il sindacato che questo corso ha organizzato!!!! Come in fondo il suo sesto senso murphyano gli aveva già prontamente pronosticato, sono tutte donne in avanti negli anni, qualcuna anche in avanzato stato di decomposizione. Al corso c’è di tutto e per tutti i gusti, ma l’età media fa inesorabilmente 40 (il che significa che oltrepassiamo anche i 60 :S). Il pargolo punta un paio di interessanti “navi scuola”, ma decisamente quello non è il popolo femminile che fa per lui. Ad ogni modo non si da per vinto (e nemmeno pervinca) e cercando di fare di necessità virtù se la ride allegramente sotto i baffi che non ha. Si diverte ad osservare le dinamiche di gruppo di cotante individue d’età matura messe assieme, che, di fronte all’apprendimento di qualcosa di totalmente nuovo e sconosciuto, tornano bambine nell’ingenuità, nell’ignoranza e nel chiasso. Non potete immaginare il chiacchiericcio di uno stormo di emancipate lavoratrici quarantenni: fossi stato io all’asilo mi avrebbero già annodato la lingua sotto la seggiola. E di commenti cattivelli e maliziosi ce ne sarebbero parecchi da fare, ma li tralascerò per rispetto a queste mie nuovo “compagnette di classe”. Un’ultima chicca però voglio proprio raccontarvela: ad un certo punto il pargolo strabuzza gli occhi quando vede una sessantenne professoressa universitaria, di quelle tutte metodiche old-fashoned tipo regina d’Inghilterra, prendere appunti sul retro di un tipico calendario bianco di quelli che ti regalano in macelleria. Con questa visione raccapricciante per il momento vi saluto e come avrebbe detto Arale de “il Dr. Slump ed Arale”: Oi Oi! :s Ciaü! =) 22 enero La divina Arte dell'ArancinoCucinare, a volte, può rivelarsi un utile quanto efficace passatempo. Prendete me, ad esempio. È sabato sera, sono solo, il mio compare si è fatto la ragazza e sta in giro con lei, i miei amici sono ormai tutti sparsi per l’Italia ed il mio pc l’ho spedito in assistenza. Solo la mia fidata chitarra è rimasta al mio fianco, ma dopo quasi 5 ore di suono&canto comincio ad essere un pelino stanco. E stanco lo sono anche per essere sopravvissuto ad una settimana intensa :s e poi, a dire il vero, la voglia di uscire sta pure a zero. Quello che ci vorrebbe adesso è qualcosa di particolare, insolito, sfizioso, qualcosa che una volta fatta lasci anche un minimo di gratificazione o appagamento, qualcosa a metà tra la sfida ed il gioco, ecco, un esperimento che se riesce si può persino riproporre agli amici. È deciso: questa sera proviamo a fare gli arancini (a Palermo avrebbero detto le arancine)! Visto che son già le 8 di sera e non mi pare il caso di improvvisare un sugo alla bolognese, manteniamoci sul semplice e tentiamo con il classico arancino al burro: se tutto va bene già dalla prossima volta saremo in grado di riprodurre qualunque genere di arancino!
Ingredienti per una persona sola:
La base dell’arancino al burro è il risotto alla milanese, perciò, per prima cosa, risottiamo un po’ (in questo modo vi insegno due ricette in un colpo solo!). Per prima cosa occorre che vi laviate per bene le mani! Poi: tagliate finemente la mezza cipolla e lasciatela appassire con un po’ d’acqua. Non appena la cipolla si è squagliata lasciate sciogliere la prima noce di burro –Porca pupazza! Mi sono accorto che son rimasto senza burro! E vabe’, passerò alla storia come quello che preparato gli arancini al burro, senza burro… :( Per stavolta sostituiamo con un po’ d’olio…- A questo punto aggiungete il riso insieme ad un dado ed al vino. Contemporaneamente mettete a scaldare in un tegamino dell’acqua da aggiungere poco alla volta, in modo che il risotto non si attacchi e acquisti consistenza. Quando il riso è quasi pronto (tenete presente che andrà tolto dal fuoco abbastanza al dente) aggiungete lo zafferano, rimescolate ed una volta chiuso il gas lasciatelo mantecare con la seconda noce di burro (quella che io non ho…). Ricordatevi di far restringere il risotto il più possibile, in modo che il vostro arancino acquisti consistenza! Rimescoltate per bene ancora una volta e disponete il risotto su un piatto piano bucherellandolo, in modo da farlo raffreddare quanto prima. Adesso comincia la parte interessante: una volta freddato il riso (con un colpo alla nuca…) prendete la mano che vi piace di più ed immergetela “schifosamente” nel riso: prendetene un pugnetto e stendetelo all’interno dell’altra mano. Al centro mettete un po’ di prosciutto cotto sminuzzato, qualche cubetto di mozzarella (che avrete preventivamente spolverato con un po’ di farina in modo da renderlo meno “pericoloso” per la frittura) ed i pisellini che io non ho. Abbiate cura di non farcire troppo altrimenti la frittura rischia di trasformarsi in un disastro. Ricoprite il condimento con un ulteriore pugnetto di riso e con le due mani modellate quella cosa molliccia ed informe a mo di palletta. Ispezionate visivamente l’eventuale fuoriuscita di condimento e tappate l’eventuale falla giustapponendo un altro po’ di riso. Il numero di arancini prodotti dipende strettamente dalla quantità di riso che avete preparato, dalla quantità di risotto che vi siete mangiati durante la preparazione e dalla dimensione delle vostre mani. Al termine di questa esperienza mistica il vostro rapporto col riso non sarà più lo stesso (tanto più che ci penserete due volte prima di andare a mangiare arancini fatti da uno sconosciuto): l’intimo contatto fisico fra le vostre mani ed il risotto è una delle percezioni tattili più goduriosa ed al tempo stesso “sporca” che possa esserci (un po’ come Amelie che ficca la mano nel sacco delle lenticchie). Completato anche l’ultimo arancino siete finalmente autorizzati a mangiarvi e leccarvi le mani e a far fuori quel poco di riso e di condimento rimasti. A questo punto lasciate riposare gli arancini per almeno tra quarti d’ora, in modo che acquistino una certa solidità, tale da garantirvi, con una certa ragionevolezza, che non si spaccheranno mentre li friggete. Di tanto in tanto potete passare a riappallotolarli e saggiarne la consistenza (senza assaggiarli!). Quindi sbattete un uovo (non il rosso solamente come ho fatto io…) e mettete l’olio a scaldare. Spennellate gli arancini con l’uovo sbattuto ed impanateli per bene. Non appena l’olio è bello bollente (ma attenzione a non farlo bruciare, eh!) immergete gli arancini con delicatezza e lasciateli friggere finchè non raggiungono una doratura scura, avendo cura di bagnarne la superficie non immersa con cucchiaiate di olio caldo e di girarli con delicatezza, cercando di non farli esplodere. Ecco fatto, adesso sono pronti ed hanno un preoccupante colorito bruno (mi sa che l’olio era troppo caldo e che l’idea di usare solo il rosso dell’uovo non sia stata poi così grandiosa…), ma in fondo sono figli miei e gli voglio bene lo stesso. E finalmente il momento tanto atteso: l’assaggio. Sarà perché me li sono sudati, sarà perchè hanno il sapore della soddisfazione, sarà che sotto quella panatura bruciacchiata l’interno è rimasto perfetto, ma devo ammettere che son venuti proprio buoni: bravo pargolo! Ancora una volta mangio e son contento!
Il sapore della soddisfazione non ha prezzo, per tutto il resto c’è il pargolo! Ciaü! =) |
Benvenuto nel mio Spaces!
Bianca Maria Cossuescribió:
ciao...bellisimo il tuo space...sembri un tipo solare e molto interessante...quasi gli stessi gusti sia musicali che per il resto...ci si sente....bacioni
1 Julio
Eleonora Manganoescribió:
sciaoooooooo!
ho letto che partirai... sicuramente mi leggerai al tuo rientro da un viaggio LEGGENDARIO
un bacione e buon divertimento
15 Junio
Meu Pennisiescribió:
ciao!era un po' che non passavo da queste parti...mi chiedevo come stavi???baci baci
1 Abr
Yanezescribió:
O Sublime Pargolo, Puer Aeternus, Ganimede de noantri, o Tu annunciato dai profeti!
Ti rendo omaggio con le parole della Parola:
"Se non diventerete simili ai pargoli, non vedrete il Regno dei Cieli."
31 Dic
noemiescribió:
Ok Ok...depongo la tastiera e mi inchino al vincitore...sei pure riuscito a farmi sentire in colpa per l'acidità...il tuo commento è addirittura carino!
E poi devo confessare una cosa...però sottovoce...shhhh...io non ce l'ho un gatto (quella era Holly di Colazione da Tiffany)...quindi ancora randagia...anche perchè temo che la tartaruga non conti
P.S. Mi sà che siamo un pò tutti una fregatura per noi stessi...solo che alcuni non ne sono consapevoli
P.P.S. Auguri anche a te (sono stata un pò cafoncella nel mio commento, nemmeno gli auguri ho fatto...
P.P.S. Se sono acida è tutta colpa dell'influenza di Giove...(va bè Giove ok...il 5% della colpa è mia!
P.P.P.S. Se non si era capito sono stata doppiamente cafoncella ad inacidire il tuo blog senza presentarmi...va bè ormai non mi presento più
P.P.P.P.S. Non ho null'altro da aggiungere ma la lista dei P.S. mi piaceva e ci ho preso un pò la mano
Buona domenica e buone feste,
Kiss, Noemi
30 Dic
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