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September 12 the more you change the less you feel
“time is never time at all you can never ever leave without leaving a piece of youth...”
Si parte, si cresce, si cambia. Scusatemi tutti se sono scomparso in maniera tanto improvvisa, ma neanche io avrei mai pensato di trovarmi nel mezzo di un periodo tanto denso e tanto intenso da togliermi il tempo per scrivere e per dormire. Sono partito, sono stato in America, sono tornato, ho scritto la tesi e nel frattempo ho imparato un sacco di cose, conosciuto un sacco di persone, fatto un mare di esperienze, provato miglia di sensazioni; tutto bello, tutto intenso, tutto velocissimo, tutto incredibile, stupefacente. Adesso son qui (ma qui dove? Qui è un non luogo), su e giù per lo stivale (e per un po’ anche qua e là per il globo), in cerca di un travagghiu (come si usa dire dalle mie parti), a salutare vecchi amici che non vedo da tempo e a salutarne altri che non vedrò per chissà quanto. Mi piace lo stare sempre movimento, ma comincio a non sopportare più le partenze, i viaggi, i saluti gli addii; viaggiare mi sfianca, ho bisogno di un po’ di pace. Sento come se ad ogni partenza un pezzetto di me (e del mio essere pargolo) andasse via...
“...the more you change the less you feel...”
E più si cambia e meno uno se ne accorge, e più si cambia e più questo cambiamento avviene indolore ed in maniera silenziosa. Si migliora, si peggiora? Più genericamente ci si arricchisce delle esperienze che ci si appiccicano addosso, come fossimo un kebab che funziona al contrario. Per questo sarebbe opportuno tenere sempre a portata di mano di un piccolo specchio, trovare un modo per guardarsi in faccia ogni tanto, per capire se veramente stiamo andando nella direzione giusta e se davvero stiamo diventando chi volevamo essere (insomma se il kebab sta venendo bene). Io ad esempio, molte volte, guardandomi allo specchio non mi riconosco: la barba, i capelli lunghi, non c’è più traccia del bravo ragazzo di una volta! Succede così che mi perdo d’animo, che mi chiedo se e cosa sto sbagliando, dove sono finito e dove posso andare a ritrovarmi. Per fortuna ci sono gli amici, sono loro a tranquillizzarmi perché grazie a loro, riflessa nei loro occhi, continuo a vedere l’immagine del me di una volta, quella che ogni tanto temo sia rimasta sepolta sotto la polvere del tempo e che invece, con una nuova forma, continua ad essere la mia essenza. In effetti tante cose sono cambiate ed altrettante stanno cambiando, in me e fuori di me, ma reinterpretando in maniera personale quello che è scritto nel Gattopardo, io cambio per rimanere in fondo quello che sono: devo cambiare per continuare ad essere me stesso. È questo l’unico modo per interfacciare da un lato il mondo e dall’altro quello che vorrei dirgli/dimostrargli. Insomma ho capito che bisogna cambiare fuori, per rimanere gli stessi dentro. Le cicatrici degli amori infranti, degli amici smarriti, delle delusioni lavorative etc. non possono e non devono cambiare quello che sono. Potranno ispessire la mia pelle, ma non dovranno ispessire il mio cuore. Si possono perdere salute, fidanzate, amici e questo fa rabbia, tremendamente rabbia, ma fa parte della vita e nella vita per fortuna c’è anche altro. In fondo il secondo principio della termodinamica ce lo dice: non potrai mai avere più di quello che hai dato, e più dai e più perderai. Ma l’importante è saperlo e farsene una ragione, il resto vada all’inferno! Il problema è che possiamo guardare solo a quello che abbiamo (perso) e rammaricarci per non averlo più, ma non possiamo sapere quello che avremo nel futuro e gioire per il fatto che lo avremo. Che beffa, sembra quasi una cospirazione! Per questo occorre un pizzico di quella virtù chiamata speranza che non sono mai riuscito a capire se possiedo o meno. Sperare e mai disperare! E cosa possa dare questa speranza io lo so, ma molti non saranno d’accordo. Scelte. Ma un uomo a cui togli la speranza è un uomo che non può vivere. Basta guardarsi attorno. Adesso, nella testa, nel cuore e nell’anima c’è un misto di esaltazione e delusione, di forza e debolezza, di coraggio e di rassegnazione, felicità e malinconia, per fortuna, non ancora tristezza, ma un pizzico di rammarico quello sì. Il resto è tutta storia da scrivere e proverò ancora una volta ad aver fiducia nel mio avvenire. Fin’ora ha funzionato più che bene e non smetterò mai di ripetere di essere e di essere stata la persona più fortunata di questa terra.
Cari miei e soprattutto care mie vi voglio bene e spero di riprendere a scrivere per bene come facevo un tempo. A presto Stefano, meglio noto come il pargolo |
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